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Renzi premier fra scuola e TAV

22 febbraio 2014

“Faccio notare al governo nazionale che in tempi di crisi l’idea di investire un miliardo e rotti in questa opera, fra tunnel e stazione, che non serve a nulla non è una buona idea. L’Alta velocità a Firenze c’è già e i treni veloci qui già si fermano. Perché se hanno un miliardo di euro da buttare via in questo modo non lo mettono sulla scuola?”. Con queste parole Matteo Renzi sindaco di Firenze stroncava quattro anni fa, era il giugno 2010, il progetto di stazione faraonica TAV sotto il centro di Firenze, patrimonio mondiale UNESCO dell’Umanità.

 

Cinque anni prima, a novembre 2005, Matteo Renzi presidente della Provincia di Firenze aveva organizzato a Palazzo Medici Riccardi con TAV SpA una mostra celebrativa dal titolo “Firenze Bologna: Sotto e Sopra l’Appennino”, proprio mentre nel Tribunale di Firenze si celebrava il processo per i danni ambientali che la TAV, quella TAV, aveva causato alle acque e al territorio di Siti incontaminati classificati “di Importanza Comunitaria”, sotto e sopra quell’Appennino. “Un’opera comunque straordinaria”, scriveva Renzi nell’opuscolo di presentazione della mostra, dove “i momenti difficili hanno però visto sempre in prima linea le istituzioni, a partire dalla Provincia di Firenze, in un ruolo di tutela dei diritti e dei legittimi interessi delle popolazioni interessate dai lavori, dell’ambiente e del territorio”. Si è appena riaperto, sulle conseguenze di quella cantierizzazione, un nuovo processo di appello a Firenze.

 

Ad agosto 2011, infine, Matteo Renzi sindaco di Firenze monetizzava la resa della città alla TAV: il definitivo ok alla stazione faraonica e al doppio sottoattraversamento contro-falda in cambio di 80 milioni pubblici cash promessi (quanti arrivati?) a Palazzo Vecchio.

Lo stesso giorno si perfezionava l’ultimo atto – maturato nei colloqui di Arcore – della cessione da parte del Comune di Firenze allo Stato della più grande e prestigiosa scuola media superiore della Toscana, l’ITI “Leonardo da Vinci”: il definitivo smantellamento di un’esperienza centenaria di autonomia gestionale, di organici stabili e collaudati, di continuità didattica, fucina di generazioni di tecnici di avanguardia, avveniva dietro richiesta esplicita al ministro Gelmini da parte di chi ciò nonostante sosteneva (e ancora sostiene?) che la spesa sulla scuola non è un costo ma un investimento (!).

 

Domanda: chi è l’uomo politico che giura oggi al Colle dichiarando guerra agli sprechi e ai carrozzoni?

È il politico che ha celebrato i fasti nefasti della cantierizzazione TAV del Mugello?

È il politico che ha consegnato il sottosuolo di Firenze a una mega-talpa poi bloccata, ancor prima di iniziare a operare, dalla Direzione Distrettuale Antimafia, e a conci poi giudicati dalla magistratura pericolosamente taroccati, anch’essi sequestrati a gennaio 2013?

O è piuttosto il sindaco indignado del 2010, che il miliardo e rotti di denaro pubblico (iniziali) per la TAV fiorentina avrebbe preferito vederli investiti, mettiamo, nella scuola?

 

Idra auspica che la versione premier 2014 assomigli a quella dell’indignado 2010.

A Renzi pervenuto al governo nazionale Idra fa notare quello che lui stesso ha dichiarato da sindaco. E cioè che “in tempi di crisi l’idea di investire un miliardo e rotti in questa opera, fra tunnel e stazione, che non serve a nulla non è una buona idea. Perché se hanno un miliardo di euro da buttare via in questo modo non lo mettono sulla scuola?”

Di più. La TAV rischia di ingoiare non uno, ma parecchi miliardi e rotti di euro, se allarghiamo lo sguardo al resto d‘Italia. Un investimento capital ultra-intensive e labour ultra-saving: esattamente il contrario di quello che occorre all’economia. Dalle sponde dell’Arno Idra lancia dunque l’ennesimo appello a chiudere per sempre e su tutto il territorio nazionale, dall’alto di Palazzo Chigi, il delirante incubo erariale TAV: dalla Val di Susa a Genova, al Trentino, a Trieste, a Napoli, a Bari. Adesso Renzi versione 2010 ne ha facoltà. Sono, e sono sempre state altre le priorità morali e materiali del Paese con cui ripartire, se davvero si intende cambiare verso: da L’Aquila a Modena, dalle montagne (che franano) alle pianure (che si allagano), dalla scuola (indecente nell’edilizia e nell’organizzazione) al patrimonio culturale (mesta cenerentola, e dovrebbe esser regina!).

 

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