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Corte di Cassazione, si riapre il 30 gennaio a Firenze il processo TAV

20 gennaio 2014

Sentenza della Corte di Cassazione, si riapre a Firenze il processo sui danni della TAV in Mugello: il 30 gennaio la prima udienza in Corte d’Appello.

Da Idra, parte civile, inevitabile una riflessione sul progetto TAV in cantiere nella città patrimonio dell’Umanità: conviene correre un rischio di “avvelenamento legalizzato”?

 

In attuazione della sentenza della Cassazione del marzo scorso, che aveva parzialmente corretto le deliberazioni del precedente secondo grado di giudizio, prende finalmente l’avvio in Corte d’Appello, il 30 gennaio prossimo a Firenze, il nuovo processo sui danni TAV in Mugello e a Sesto Fiorentino.

Nella precedente sessione di appello erano rimaste confermate le assoluzioni per una tipologia di danni causati dalla TAV alle falde acquifere, alle sorgenti, ai pozzi, ai torrenti, e di riflesso all’agricoltura e alla zootecnia. Involontari. E dunque non punibili. Mentre, sotto un altro profilo di danno, come sostenuto da Idra, parte civile, vi era stato un riconoscimento di responsabilità, seppure di natura civilistica.

Mette conto segnalare inoltre che, proprio per i danni alla falda acquifera dell’Appennino, il procedimento attivato su proposta dei pm presso la Corte dei Conti ha riconosciuto a maggio 2012 il “danno erariale”, anche se poi gli imputati (fra i quali uomini politici tuttora in auge, come Vannino Chiti e Claudio Martini) hanno beneficiato della prescrizione.“Nello specifico, dall’esame degli atti e dalle risultanze dibattimentali, è emerso, in modo inequivocabile, che il comportamento, da cui è derivato il danno erariale contestato dalla procura (correttamente definito patrimoniale in quanto relativo all’accertata dispersione delle ingenti risorse idriche), è quello tenuto, per la parte di rispettiva competenza, dai convenuti che, come dettagliatamente indicato nell’atto di citazione, agendo con censurabile superficialità, insolita pervicacia ed in violazione ad elementari norme di diligenza, – pur avendo un’adeguata conoscenza dell’opera e delle conseguenze che avrebbe causato alle risorse idriche, in virtù della consistente mole dì informazioni pervenute nella fase istruttoria e volutamente trascurate o non adeguatamente veicolate, – procedettero all’approvazione dei progetti.  La loro condotta, dunque, non può che qualificarsi come gravemente colposa e, come tale, definirsi, ai fini evidenziati, quale originatrice del fatto illecito da cui è promanato il danno il cui verificarsi, secondo la prospettazione accusatoria, va fatto risalire al periodo in cui essi rivestivano i rispettivi incarichi istituzionali” (Sezione giurisdizionale della Corte dei Conti per la Toscana, sentenza del 31 maggio 2012).

Adesso, su disposizione della Cassazione, si andranno a riesaminare in sede giudiziaria ordinaria le imputazioni di traffico e smaltimento illegale di rifiuti speciali e omessa bonifica, a carico di dirigenti e tecnici del Consorzio Cavet.

A parere dell’Associazione ecologista di volontariato Idra, questa circostanza suggerisce due inevitabili riflessioni.

La prima riguarda le modalità in cui si esercita certa ‘giustizia’ nel nostro Paese: sono passati ormai 16 anni (!) dai primi ingenti danni causati dalla TAV all’ambiente dell’ecosistema appenninico.

La seconda deriva dalla constatazione che la buona salute della società dovrebbe derivare da condizioni di civiltà condivisa, rispetto alle quali sembra si intenda procedere invece – ancora e caparbiamente – nella direzione opposta. L’attuale governo, con l’approvazione di tutto l’arco parlamentare ad eccezione del M5S, ha appena disposto l’invio dell’esercito nella “terra dei fuochi”, con lo scopo dichiarato di contrastare l’azione delle ecomafie. Peccato che, ad agosto 2012, il Ministero dell’Ambiente abbia anche approvato il decreto 161, che contravviene secondo illustri esperti in materia, come il dott. Gianfranco Amendola, alla normativa europea, in quanto derubrica le “terre da scavo” inquinate derivanti dalle grandi opere a non-rifiuto, liberalizzandone lo smaltimento. Ora, se avvelenare il territorio si può ‘per decreto’, contro chi dovrebbe, il governo, indirizzare oggi l’esercito? Forse contro sé stesso? O si pensa che l’“avvelenamento legalizzato” del territorio sia più tollerabile di quello illegale, solo in quanto istituzionale?

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